Il ciclo di Kolb: l’esperienza diventa competenza

federica tabone primo piano con giubotto rosso

Federica Tabone
Psicologa del lavoro
Mail: info@visualpsychology.it

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C’è un momento, alla fine di ogni attività di gruppo, che mi piace osservare più di tutti gli altri. Le persone hanno appena finito: hanno costruito qualcosa insieme, hanno riso, a volte hanno discusso. Sono accaldate, soddisfatte, piene di quella bella stanchezza di chi si è messo in gioco.

Ed è proprio qui che si nasconde un piccolo inganno: credere che, siccome è successo qualcosa, qualcosa sia anche stato imparato.

Non funziona così. L’esperienza, da sola, non insegna nulla. Possiamo vivere la stessa situazione dieci volte e uscirne ogni volta identici a prima. Ciò che trasforma un’esperienza in competenza non è il fare, ma quello che decidiamo di fare dopo aver fatto. A spiegarlo, con una semplicità che ancora oggi tiene, è stato lo psicologo americano David Kolb con il suo ciclo dell’apprendimento esperienziale.

Imparare facendo e non solo

Kolb non ha inventato l’idea dal nulla: l’ha raccolta da tre maestri e l’ha resa un modello.

Da John Dewey prende il celebre learning by doing: si impara facendo, ma a patto di fare con consapevolezza. L’aula o la sala riunioni diventa un laboratorio di vita, dove si sperimenta e poi si riflette.

Da Jean Piaget eredita un’intuizione che mi accompagna in ogni percorso: ogni apprendere è in realtà un riapprendere. Nessuno di noi è una pagina bianca. Arriviamo sempre con schemi, abitudini, convinzioni già pronte; imparare significa rimetterle in discussione, non riempire un vuoto.

E da Kurt Lewin, il padre della psicologia dei gruppi, quello a cui sono più affezionata, prende l’idea che il gruppo sia una materia viva. Quando una persona si muove, l’intero gruppo si muove con lei. È per questo che l’apprendimento più potente non avviene quasi mai in solitudine, ma nello scambio, nel confronto, nel piccolo attrito tra il mio punto di vista e il tuo.

Le quattro fasi del ciclo

Il modello di Kolb descrive l’apprendimento come un cerchio in quattro fasi. Non un percorso rigido da seguire in fila indiana, ma un movimento naturale, come le stagioni che si rincorrono.

1. Esperienza concreta. È il punto di partenza: vivi qualcosa in prima persona. Un progetto, un gioco, una conversazione difficile, un errore. Il corpo e le emozioni sono dentro la scena, non a guardare da fuori.

2. Osservazione riflessiva. Ti fermi e guardi indietro. Cosa è successo davvero? Cosa ho provato? Cosa ha funzionato e cosa no? È la fase più trascurata e, non a caso, la più preziosa. Senza questo passaggio, l’esperienza evapora.

3. Concettualizzazione astratta. Dalla riflessione nasce una piccola teoria personale: “ah, ecco perché è andata così”. Trasformi un episodio singolo in un principio che potrai riutilizzare anche altrove.

4. Sperimentazione attiva. Metti alla prova quella nuova idea in una situazione nuova. E così, senza accorgertene, hai già aperto la porta a una nuova esperienza concreta: il cerchio ricomincia.

Qui c’è il cuore della questione. La fase che fa la differenza non è la prima, quella vistosa e divertente del fare. È la seconda: il momento in cui ti fermi a guardare. Ed è anche la più difficile da abitare, perché ci chiede di rallentare proprio quando avremmo voglia di correre al risultato.

È esattamente in questo spazio che la sintesi visuale dà il suo meglio. Quando i pensieri di un gruppo prendono forma su un foglio, disegnati, collegati, resi visibili, la riflessione smette di essere un esercizio mentale astratto e diventa qualcosa che si può indicare con un dito. Dare forma ai pensieri vuol dire, molto concretamente, dare al ciclo di Kolb il tempo e lo spazio per chiudersi.

Anche con la terza fase, la metodologia visuale si rivela preziosa, proprio perché la raccolta delle riflessioni pian piano si convoglia in una consapevolezza di gruppo, che diventa la guida per la sperimentazione attiva: la quarta fase che chiude il Ciclo.

Quattro modi di entrare nel cerchio

C’è un secondo regalo nella teoria di Kolb, particolarmente utile per chi guida team e percorsi formativi: non tutti entriamo nel ciclo dalla stessa porta. Ognuno ha uno stile di apprendimento prevalente, nato dall’incrocio tra due fasi.

  • Lo stile divergente (esperienza + riflessione) appartiene a chi sa guardare una situazione da molte angolazioni e generare idee alternative. Sensibili, creativi, bravissimi nel brainstorming.
  • Lo stile assimilativo (riflessione + concettualizzazione) è di chi ama mettere ordine, costruire modelli, trovare la teoria elegante dietro al caos. Più a suo agio con le idee che con le persone.
  • Lo stile convergente (concettualizzazione + sperimentazione) è di chi vuole risolvere: prende un principio e lo applica, con decisione e poca esitazione emotiva.
  • Lo stile adattivo (sperimentazione + esperienza) è di chi impara buttandosi: pragmatico, a suo agio nell’incertezza, pronto a cambiare strada se i fatti smentiscono il piano.

Riconoscere questi profili cambia il modo di lavorare con un gruppo. Significa accettare che la stessa attività verrà vissuta in quattro modi diversi e che ciascuno avrà bisogno di un tipo di domanda differente per arrivare alla propria riflessione. Un team non impara nonostante le sue diversità: impara grazie a esse, perché insieme i quattro stili coprono l’intero cerchio.

Cosa cambia in azienda

Tutto questo non è teoria da manuale. È il motivo per cui una giornata di formazione esperienziale funziona o si dimentica entro una settimana.

Un serious game, un’attività out of the ordinary, un’analisi delle dinamiche di gruppo: sono tutte esperienze concrete potentissime. Ma diventano apprendimento solo se accanto c’è un debriefing fatto bene, quel momento di osservazione riflessiva in cui il gruppo si ferma, guarda ciò che è successo e ne ricava qualcosa da portarsi a casa. È la differenza tra un evento piacevole e un cambiamento reale.

Il feedback, da questo punto di vista, non è un complemento gentile: è ciò che tiene in vita il ciclo. Senza una restituzione che inviti a riflettere, le persone restano ferme alla prima fase, con un bel ricordo e nessun nuovo strumento.

Il cerchio che in realtà è una spirale

Torno a quel momento dell’inizio, alla fine dell’attività, quando tutti sono soddisfatti e convinti di aver imparato. Oggi sai che quella soddisfazione è solo il primo quarto del cerchio, perchè bello deve ancora venire.

E poi c’è un dettaglio che Kolb amava sottolineare: il ciclo non si chiude mai davvero su se stesso. Ogni volta che lo percorri non torni esattamente al punto di partenza, ma  poggi il piede su un gradino più in alto, con un’esperienza in più alle spalle. Non è un cerchio, è una spirale. È questo del resto il modo più onesto che conosco per descrivere la crescita: non un punto d’arrivo, ma un viaggio che, ogni volta, ti riporta a guardarti con occhi un po’ diversi.

Forse anche tu ti sei riconosciuto/a in questo viaggio: talvolta siamo in una fase iniziale del cerchio e altre volte siamo già arrivati alla sperimentazione attiva. Una cosa è certa: la spirale evolutiva è sempre in movimento.

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